La Torino notturna degli anni '50
LA TORINO NOTTURNA DEGLI ANNI 50
La guerra (finalmente) è giunta all’epilogo, e i torinesi hanno voglia di svago e di spensieratezza dopo un interminabile periodo buio. Così nei fine settimana si frequentano i cinema e i tabarin, le sale da ballo e l’avanspettacolo di Mario Ferrero, ma anche i bar e (d’inverno) il patinoire della Pellerina. Le provocanti “donnine” di Erminio Macario furoreggiano, così come i nuovi ritmi della musica straniera, dopo anni di austerity durante i quali il regime aveva imbavagliato i titoli delle canzoni e i nomi degli interpreti con effetti a volte esilaranti. Per fortuna Luigi Fortebraccio era tornato ad indossare i ben più rassicuranti panni di Louis Armstrong, e lo stesso era accaduto a Benny Goodman e alla sua Stomin’ at the Savoy, come per incanto non più conosciuti come Beniamino Buonuomo e Savoiardi, proprio come i biscotti. Di conseguenza il jazz di New Orleans non era più considerato un ritmo “degenerato e negroide” da ascoltare di nascosto per il timore di venire additati come pericolosi sovversivi.
Forza, ragazzi, si balla. Anche perché il mercato discografico aveva strizzato l’occhio allo spirù, al kokie-kokie e all’honky-tonky dopo che, nei principali locali cittadini, alla moda o un po’ della “lippa”, sofisticati o periferici, si erano imposti la rumba e il samba, il bolero e la beguine, il bajon la conga. Si balla, ma intanto si cerca pure di far conquiste. Anche se non sta bene baciarsi in sala o sulla pista da ballo, ma al massimo nei gabinetti, per scambiarsi una promettente “‘gola ant el cess”. Però poi non è facile riaccompagnare in bicicletta la conquista dell’ultima ora, magari un’allegrotta pupa tutta curve o, meglio, «un bel mammifero modello 103», visto che il tram non fa tanto immagine: erano ben pochi, nel periodo a cavallo degli anni Quaranta e Cinquanta, coloro che potevano disporre di un auto propria, dove “propria” stava ad indicare anche quella sottratta, magari di straforo, a parenti ed amici stretti.
I locali più rinomati dell’epoca erano senza dubbio le due sale Gay, quella invernale di via Pomba e quella estiva di corso Moncalieri, posta a poca distanza dal ponte di corso Fiume. Qui, i meno fortunati (leggasi: abbienti) ballavano la “polverosa”: ossia si piazzavano nello stradino tra il corso e il lungofiume ad origliare le musiche del maestro Cinico Angelini, e poi si davano alle danze, sollevando nugoli di polvere.
Nella zona centrale della città andavano per la maggiore il Trocadero di via Andrea Doria e il Castellino di corso Vittorio Emanuele 44: ma la punta di diamante era rappresentata dall’elegante Florida di piazza Solferino. Nelle immediate vicinanze si segnalavano l’Eden di via Alberto Nota, zona piazza Statuto, il Principe di via Principe d’Acaja e l’Hollywood di corso Regina Margherita. Anche il parco del Valentino era tutto un fiorire di ritrovi tra i quali La Rotonda, Lo Chalet (dove da giovane si era a più riprese esibito il fisarmonicista, poi direttore d’orchestra, Gorni Kramer) e La Pagoda.
E visto che il ballo era un fenomeno assolutamente trasversale che non faceva distinzione di classe, censo e quartiere, anche le periferie erano attrezzate a dovere: in borgata Parella era in auge il Fassio Café Chantant, una specie di buen retiro per le ballerine di can-can che si dedicavano a quelle che, senza troppi giri di parole, venivano definite “le danze delle vene varicose”, mentre in via Cesana, quartiere San Paolo, c’era la Serenella. Ad un gradino più alto si collocavano invece lo Splendor di corso Lecce, il Fortino di via Cigna 45 e, soprattutto, l’avveniristico Lutrario di via Stradella (l’ex “Blechenduait”, storpiatura del nero-bianco inglese), creatura del geniale architetto Carlo Mollino.
Ma visto che qui si parla soprattutto di Buscaglione, è bene soffermarsi in particolare sul Faro di via San Massimo, inaugurato nel 1952 quasi all’angolo con via Po. E’ in questo locale che Fred dal whisky facile aveva cominciato a raccogliere i primi timidi successi, alternandosi ad Hengel Gualdi, detto “il clarinettista d’oro”. Una gavetta lunga e non da poco, la sua: qualche anno di Conservatorio, comparsate in varie (scalcagnate) orchestre cittadine, le prime tournèe in Italia e all’estero dove, alla fine della serata, faceva girare il piattino per racimolare qualche soldo in più. Ma tutto ciò gli tornerà utile eccome: Fred, che suonava (bene) quasi tutti gli strumenti, nel ’52 viene premiato come il miglior violinista hot d’Europa.
E’ ora, quindi, di fare il grande salto con i suoi Asternovas, partendo proprio dal Faro, di proprietà del commendator Cornaglia. Ma, si sa, i torinesi sono difficili, diffidenti e abitudinari. E di sentire quelle strampalate canzoni scritte a quattro mani con l’amico Leo Chiosso proprio non ne hanno voglia. Ecco quanto aveva dichiarato il suo pianista Dino Arrigotti: «Verso il ‘55 Buscaglione aveva introdotto una variante che all’inizio infastidiva buona parte del pubblico: poco prima della mezzanotte interrompevamo il solito repertorio di cover internazionali e accompagnavamo Fred in tre-quattro brani scritti a quattro mani con Chiosso che nessuno conosceva e pochi apprezzavano. In sala scendeva regolarmente il gelo: gli spettatori erano costretti a smettere di ballare e, visibilmente scocciati, si assiepavano attorno ai tavolini in attesa che il supplizio terminasse. Poi, dopo un quarto d’ora, tutto tornava come prima e le danze potevano riprendere. Ce n’è voluto di tempo prima che i nuovi pezzi lasciassero il segno...».
Ed è proprio sul palcoscenico del Faro che quei motivi inizieranno la loro marcia verso la definitiva consacrazione: in Che bambola e Eri piccola così, in Che notte ma pure ne Il dritto di Chicago facevano la loro comparsa, accanto a corrotti tutori dell’ordine che passavano indifferentemente da cruente sparatorie a giochi d’azzardo in serie, avvenenti bellezze ricoperte di lamé che uccidevano soltanto con lo sguardo. Così in città facevano timidamente il loro ingresso i romanzi gialli dell’inglese Peter Cheyney e dell’americano Damon Runyon, caldeggiati e rielaborati da Chiosso, oltre ai film interpretati da Eddie Constantine.
Città che allontanava da sé i vecchi scarponi, i papaveri e le papere ma anche tutte le mamme, adottando la voce rauca e cartavetrata del pungente vocalist torinese il quale, vestito da gangster, più che cantare interpretava veri e propri sketch che innovavano profondamente il paludato mondo musicale nostrano. Città che non ha mai dimenticato quel figlio degenere per vezzo, in realtà un pezzo di pane capace solo a ragionare in note.
Città che, a cinquant’anni dalla sua morte, è capace di commuoversi ancora. Perché noi torinesi siam così: difficili, diffidenti, ma anche infinitamente riconoscenti nei confronti di chi, almeno con la musica, ci ha fatto sognare.
MAURIZIO TERNAVASIO





