Fred Buscaglione
Il risveglio della Torino del dopoguerra.
Da 'Eri piccola così' a 'Che bambola', un'intera generazione si è stretta, baciata e innamorata con le note di Fred Buscaglione sotto i piedi.
Il decennio degli anni Cinquanta portò ad una rapida diffusione del benessere in tutta Italia: la neo stabilità politica e la riconquista della libertà, oltre a fungere da conforto, si ponevano alla base di un progetto di ristrutturazione e riscoperta dell'arte in tutte le sue forme. L'epoca spensierata e veloce si muoveva leggera sulle vespe e sulle labrette, e mentre il cinema offriva modelli femminili floridi, rigogliosi e maggiorati, come Silvana Mangano e Sofia Loren (che turbarono non poco l'immaginario collettivo e la vita degli adolescenti) e la televisione irrompeva nelle case degli italiani con il suo linguaggio innovativo, la balera svegliava dal torpore bellico le notti cittadine.
Luogo di svago e vizio, le piste da ballo divenivano motore portante della volontà di riscatto, avvolte nel fumo e nei cotillon segnavano un mutamento profondo nell'organizzazione del tempo libero e nei rituali di corteggiamento. Torino rimase subito affascinata da questa nuova natura di divertimento e divenne palcoscenico indiscusso della mondanità notturna, bottega dalla quale nacquero autentici talenti, centro nevralgico della spensieratezza danzereccia.
Le sale da ballo.
A partire dalla seconda metà degli anni ’40, il jazz aveva ammaliato e sedotto svariate sale da ballo torinesi, che fin dal 1945 si erano diffuse a macchia d'olio in tutta la città, dal centro alla periferia. Nascevano sui residui di vecchi magazzini, negozi o palestre edificate durante il ventennio Fascista. Nascevano sulle ceneri di quella cultura del rigore che aveva distrutto la socialità e reso l'individuo solo e fragile. Nascevano e divenivano luoghi di aggregazione sociale per eccellenza, spazi di socialità, locali rivolti a giovani di età e classi sociali differenti. Nascevano e rinasceva il divertimento.
Cenni biografici
(di Maurizio Ternavasio)
Una vita romanzata e romanzabile, quella di Fred, nato nel 1921, per quanto è stata breve, tumultuosa e ricca di colpi di scena.
Anche se gli inizi sono all’insegna di una normalità molto torinese: l’infanzia in una bella palazzina del centro città (piazza Cavour) di cui la madre Ernesta era la portinaia, il gioco del pallone nei giardini lì davanti, un padre (Mattia) alle prese con lavori saltuari da imbianchino. E poi, ancora: gli studi obbligatori portati avanti con un po’ di fatica, una sorella più giovane di tre anni, Maria, e un fratello arrivato quindici anni dopo di lui, Umberto, il quale per qualche tempo farà poi parte della sua band.
Presto Ferdinando viene però colto dal tarlo della musica che si respirava in famiglia, visto che Ernesta arrotondava le entrate dando lezioni di piano in guardiola e il padre si dilettava con la chitarra e la fisarmonica nelle feste paesane. Eccolo allora frequentare il Conservatorio, abbandonato a soli 14 anni perché gli metteva tristezza («Volevo suonare il sax e il jazz, e mi ritrovavo tutto il giorno a tu per tu con il violino e la musica classica»), dopo aver comunque perfezionato lo studio di un paio di strumenti. Eccolo dunque (corre il 1938) iniziare a lavorare in diverse orchestre che si esibivano in vari locali cittadini, sino alla decisone di tentare la sorte all’estero, a fianco della prima formazione degli Asternovas, il suo complesso. Non prima, però, di aver bazzicato per qualche tempo il fecondo ambiente jazzistico subalpino di cui Renato Germonio era il nume tutelare.
Siamo ora alla fine degli anni Quaranta: la carriera di Fred subisce un’improvvisa accelerazione allorché riprende a frequentare il paroliere e autore di programmi radiofonici Leo Chiosso (già giocatore di rugby di serie A, nonché preciso punto di riferimento della goliardia torinese), con il quale darà vita ad un affiatatissimo sodalizio che lo condurrà al successo. Intanto nel ’54 si unisce in matrimonio con l’ex acrobata e contorsionista marocchina Fatima ben Embarek, conosciuta durante una tournée in Svizzera, con la quale va ad abitare in via Bava 26 bis, zona Vanchiglia.
Il Faro, la popolare sala da ballo che aveva aperto i battenti nel ’52 in via San Massimo angolo via Po, sarà il suo trampolino di lancio, a cui faranno seguito le incisioni dei primi 78 giri (siamo nel ’56), il successo dei juke-box nel biennio successivo e poi, in rapida sequenza, la radio, la televisione e il cinema.
Sino allo schianto fatale contro un camion, a bordo della sua Ford Thunderbird rosa shocking, in una fredda alba romana. Era il 3 febbraio 1960, Fred aveva poco più di 38 anni: una vita spezzata sul più bello.

La musica di Fred Buscaglione
L’intento intuitivo e geniale, considerando la mentalità di quel periodo, era quello di svecchiare la paludata canzone italiana degli anni 50 caratterizzata da un perenne tono enfatico e melodrammatico. Buscaglione si contrappose a quel filone musicale con melodie disincantate e con straordinario coraggio osò dare luce a personaggi banali, vissuti in anonime borgate ed a questi si rifaceva spesso nei suoi spettacoli con fare grottesco.
Da consumato chansonnier da night club qual era egli svelò un mondo proibito ed affascinante dal vago sapore peccaminoso. Con duttilità e spiccato estro compositivo dissacrava un universo musicale fino ad allora profondamente tradizionale. Nel far questo si calava magistralmente nei panni di un personaggio che gli è rimasto appiccicato addosso non solo sul set: il gangster americano dal whisky facile. Cosa assai lontana dalla sua vera natura: era infatti persona sensibile, generosa e altruista.
La Torino musicata dalle note del jazz di Buscaglione usciva dalla cappa industriale e riscopriva in sé una vena ludica contagiosa. Sin dalla metà degli anni ’40 il jazz era entrato nelle sale da ballo. La tipologia di locali frequentati in quel periodo erano: i tabarin, le balere, i caffè chantant.





