Fred e le rappresentazioni del maschile negli anni Cinquanta in Italia

A cura di Marcella Filippa

"Nato a Torino nel 1921, vive in quella città le esperienze fondamentali, ereditando una certa tradizione dal borgo in cui è vissuto, borgo Vanchiglia, legato ai lavori marginali, in cui convivono i tradizionali mestieri artigianali - falegname, restauratore, indoratore, per citarne alcuni -, insieme alla piccola malavita che produce un gergo e stili di vita suoi propri, in un sottile e costante confine tra lecito e illecito. Al lavoro sicuro e tranquillo, magari in una fabbrica torinese o meglio alla Fiat, a cui molti della sua generazione aspirano, egli preferisce cercare altre vie, legate alla passione per la musica che sin da adolescente lo aveva portato a studiare al Conservatorio della sua città.

Il gusto per la provocazione lo spinge, ancora ventenne, a suonare jazz insieme ad altri giovani, in parte studenti universitari, in un parco cittadino in pieno giorno con la faccia coperta di nero fumo, come i neri di Haarlem, incarnando quella sorta di controtipo così come è stato definito da George Mosse, e che le teorie razziste a cui si ispirano il fascismo e il nazismo avevano individuato in colui che suonava la "musica negra". Primo forse di una serie di atteggiamenti di sfida e di provocazione che possiamo definire non immediatamente politici, come tradizionalmente sono stati rappresentati, ma che accomuna molti altri giovani che vedono nel jazz elementi di novità non solo nello stile musicale, ma come strumento di emancipazione e sprovincializzazione, contro una cultura chiusa e autarchica che il fascismo incarna e rappresenta.

La passione per il jazz lo porterà, sul finire degli anni Quaranta, a rivelarsi come uno dei più promettenti violinisti europei. (…)
Il musicista torinese, tra i primi nel nostro paese a rappresentare fino in fondo la figura del divo e ad assumerne le sue peculiarità, stabilisce uno stretto rapporto fra vita vissuta e vita rappresentata nelle sue canzoni, fino a decretarne un corto circuito sempre più ravvicinato e un nesso tragicamente indissolubile proprio nella morte violenta e prematura, anticipando altre morti di giovani divi come James Dean e Marylin Monroe. Gli anni Cinquanta, che lo vedono via via affermarsi prima a livello locale poi a livello nazionale, ci rendono un personaggio che ironicamente e con distacco elabora modelli maschili sempre più definiti e complessi. Prestanza fisica, linguaggio provocatorio, baldanza, abbigliamento che mette in evidenza stili mutuati dai film noir americano - abiti gessati, camicia scura, ciuffo impomatato, il nero che predomina -, gestualità prorompente, non sono che alcuni tra i tratti imposti da Buscaglione a un pubblico prevalentemente giovanile, elemento anch'esso relativamente nuovo nel nostro paese. Il mito americano, che aveva attraversato l'Italia già nei decenni precedenti, con fasi alterne, aspetti ambivalenti e contraddittori, viene ripreso ed elaborato in maniera originale, senza mai essere assorbito del tutto, ma guardato con un atteggiamento ironico e spavaldo, alla luce della specificità italiana e delle forme di comunicazione diversificate".

 

Tratto da Cultura di massa e rappresentazioni del maschile negli anni Cinquanta in Italia: il caso Fred Buscaglione, in S. Bellassai, M. Malatesta, Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, Bulzoni Editore, Roma 2000