La Torino del dopoguerra rinasce nelle balere
1. La rinascita
Le angosce, i lutti, le pressioni sociali delle due guerre mondiali provocarono nella popolazione un forte desiderio di rinascita e di divertimento. Lentamente il cameratismo lasciò spazio ad una nuova concezione di socialità immersa nei cottilon.
Simbolo evidente della volontà di riscatto fu il moltiplicarsi a Torino, fra il 1945 ed il 1960, di sale da ballo, luoghi dove finalmente torinesi e non, di ogni classe ed età, potevano lasciarsi alle spalle il cupo rigore instaurato dal regime. Isolamento, oppressione, frammentarietà lasciarono spazio al divertissment danzereccio.
Disseminate in ogni quartiere le balere nascevano sulle ceneri di quelle che un tempo erano state le palestre del ventennio e portavano avanti la tradizione di evasione già inaugurata a Torino alla fine del XIX secolo e bruscamente interrotta dalla guerra. Se un tempo infatti i luoghi aggreganti per eccellenza erano i caffè chantant, dove seduti nei dehors gli avventori potevano assistere a spettacoli di cabaret, giocoleria, esecuzioni di operette o canzoni popolari, ed in alcuni casi ballare su ritmi swing in piccole aree interne alla struttura, ora i luoghi di ritrovo veri e propri erano divenute le sale da ballo, dove finalmente il pubblico poteva partecipare attivamente cimentandosi in ogni genere di danza.
Il mito americano influenzò fortemente la nuova generazione che ne adottò la brillantina per capelli, il gusto nel vestire e le scelte musicali: oltre al jazz d’importazione nacque la passione per i nuovi ritmi che accompagnavano i balli di coppia: il boogie-woogie, la rumba, la mazurca, il bolero, il bajon, la beguine, la conga, la samba e il fox-trot.
2. Le indimenticabili sale da ballo
Il Serenella in Via Cesana attirava un pubblico giovanile.
Il Principe in Via Principi d’Acaja n. 43.
Il Lutrario in Via Stradella 8/10.
La Sala Debenedetti era collocata sopra il teatro Carignano.
Lo Splendor in Corso Lecce.
Il Fortino in Via Cigna 45.
Il Giardino d'Inverno in Corso Stati Uniti.
Il Florida, in Piazza Solferino, era per lo più frequentato da gente per bene e danarosa mescolata a ragazzi sprovvisti di denaro.
Nel parco Valentino: la Pagoda, ora Club 84, su Corso Massimo, lo Chalet, all’interno del parco, e il Du Parc, posto tra Torino Esposizioni e il ponte Isabella, distrutto da un incendio. Indimenticabili poi le due Sale Gay: la versione invernale era collocata in Via Pomba e ospitava un pubblico adulto, mentre quella estiva, in Corso Moncalieri ed era considerata un punto di ritrovo “in” dei figli di papà e d’individui con buone possibilità economiche, la preferita delle mamme.
L’Arlecchino Danze di Corso Sommeiller.
La Rotonda Valentino, situata ai bordi del parco su Corso Massimo e collegata a “Torino Esposizioni”.
Il Trocadero, inizialmente in Piazza San Carlo poi trasferito in Via Andrea Doria, era considerato la sala più bella ed elegante della città ma anche molto popolare ed era frequentata soprattutto il fine settimana.
Il Castellino Danze, in Corso Vittorio Emanuele 44, già aperto il martedì, era frequentato da tante ragazze accompagnate dalle madri.
L’Hollywood di Corso Regina 104 si caratterizzava per l’organizzazione di concerti e per la presenza di una clientela adulta, data la vicinanza con Porta Palazzo, il più grande mercato della città: chi lo frequentava era irriso con una frase del tipo “vai a ballare a Porta Pila?”.
Al Fassio Caffè, caffè chantant di borgata Parella, si esibivano le ballerine di can-can in età avanzata licenziate dal poco distante Varietà Maffei per raggiunti limiti d’età; per questo motivo il Fassio era chiamato ironicamente “il cimitero degli elefanti”.
Ultima, ma non per importanza, il Faro di Via San Massimo, sede dell’attuale discoteca Suono, il dancing club in cui Fred Buscaglione si esibì dal 1952 al 1957 con la sua orchestra gli “Asternovas” e in compagnia della moglie Fatima Robins.
Si racconta che il proprietario e organizzatore del Faro, Gianni Romero, per fidelizzare il suo pubblico, girasse dei filmini riprendendo i clienti all’ingresso del locale per poi proiettarli la sera successiva su un piccolo schermo posto in un angolo della pista.
3. La Dolce Vita della balera
Le sale da ballo erano distribuite in ogni quartiere e accoglievano un pubblico eteregoneo: commercianti, artigiani, operai e perchè no, figli di papà. Le serate di punta erano indubbiamente il giovedì definito “la serata delle serve”, giorno generalmente libero del personale domestico, ed il sabato, serata di maggiore affluenza, dove chiunque usciva nella speranza di poter “rimorchiare”.
L’ingresso era spesso gratuito per le ragazze mentre per i ragazzi era obbligatorio il pagamento di un biglietto, salvo d’estate, quando chi non poteva permetterselo rimaneva a ballare fuori, "a la polverosa".
L’arredamento dei dancing mutava esponenzialmente in base alla posizione su territorio cittadino: in centro vi erano quelli condiserati lussuosi con divanetti in velluto e specchiere alle pareti, ma ciò che non mancava mai in nessuna sala erano tavoli e sedie a circondare la pista da ballo e camerieri che in livrea servivano le consumazioni ai tavoli.
La promozione delle serate era realizzata attraverso annunci su giornali o con l’affissione di manifesti per le strade cittadine, ma soprattutto era il prestigio e il nome del locale la garanzia migliore per il successo di pubblico che molto spesso seguiva, come oggi, la moda del momento.
Le balere colme e strabordanti di uomini “con il vestito buono” e donne in tubino erano luogo per eccellenza di corteggiamento. Sorseggiando un tamarindo od un negroni, il ragazzo prendeva il coraggio per invitare a ballare la fanciulla e se questa acconsentiva danzavano per una buona mezzora nel centro della pista. Non era concesso nessun tentativo di approccio durante il ballo, se non lo sfioramente delle guance, il noto cheek to cheek o l’appoggiare furtivamente una mano sui fianchi. Rimossa nel 90% dei casi dalla ragazza.
Su un articolo tratto dalla Gazzetta del Popolo del 29 agosto 1957 si fa esplicito e diretto riferimento alle balere come luoghi sentimentali:
«il dancing è l’unico luogo dove un ragazzo e una ragazza possono conoscersi senza interferenze da parte degli adulti. S’intuisce che la pista di cemento, posta sotto i glicini e i lampioni alla veneziana, ha combinato più matrimoni di Giunone pronuba».
Da un solo ballo, lento o rumba che fosse, poteva quindi nascere un amore, destinato a durare tutta la vita, o soltanto un giro della pista.





